Lavoro e nuove tecnologie
La tecnologia fa aumentare o diminuire l’occupazione? Il problema è uno dei più discussi tra gli economisti (basti pensare alla “distruzione creatrice” di schumpeteriana memoria) e i decisori, e ultimamente ha assunto toni particolarmente allarmanti. Se ne è parlato oggi al Cnel nel workshop organizzato assieme ad Anpal e Inapp e introdotto dal presidente Tiziano Treu. Relatori Stefano Scarpetta, direttore per l’Occupazione, il Lavoro e gli Affari Sociali Ocse, Stefano Sacchi, presidente dell’Inapp, e Maurizio Del Conte, presidente dell’Anpal.
Scarpetta ha illustrato alcune tendenze macroeconomiche di fondo che si manifestano nei paesi più sviluppati: dal 2001 al 2013 il gap di produttività tra le imprese sulla frontiera tecnologica e le altre aziende si è allargato in misura crescente, specie nei servizi. “La polarizzazione delle dinamiche della produttività ha avuto un impatto sulla polarizzazione del mercato del lavoro”. La domanda di lavoro delle imprese si concentra sulle figure professionali a più alto e su quelle a più basso contenuto di competenze. Tuttavia scenari apocalittici come quelli evocati dallo studio di Frey-Osborne (che già quattro anni fa prevedevano la probabile scomparsa del 47% dei posti di lavoro americani nei prossimi dieci o venti anni) sono stati verificati dall’Ocse: sulla base della sua Inchiesta di competenze e tenendo conto che un posto di lavoro racchiude in sé skills e mansioni di tipo differente, la percentuale di posti di lavoro a rischio è più contenuta e si aggira intorno al 9-10%. In ogni caso va evitata ogni tentazione di determinismo tecnologico: “saranno le scelte della politica e delle imprese a orientare il trend degli occupati”.
Sacchi ha esposto i risultati di un’analisi Inapp condotta sulle 10 professioni che sono cresciute di più e sulle 10 che si sono maggiormente contratte dal punto di vista occupazionale tra il 2011 ed il 2016. Quelle che sono cresciute di più sono riconducibili ad attività caratterizzate da elevata intensità tecnologica e innovazione organizzativa (addetti al marketing, tecnici della produzione, progettisti di software). Mostrano invece una decrescita le professioni riconducibili ad attività a bassa intensità tecnologica: gli addetti a funzioni di segreteria o di contabilità sono quelle tradizionalmente più esposte a innovazioni tecnologiche capaci di ridurre il contributo umano al processo produttivo (si pensi ai software gestionali che razionalizzano tali attività). Tuttavia “in Italia il rischio di disoccupazione non tecnologica è superiore a quello di disoccupazione tecnologica”.
Del Conte ha sottolineato alcune riforme che hanno ridisegnato il mercato del lavoro per adattarlo al nuovo contesto tecnologico e organizzativo: in particolare lo statuto del lavoro autonomo e lo smart working. Poi l’importanza della formazione, necessaria per rendere il progresso tecnologico un’opportunità e non una minaccia. Ma come impostare una politica della formazione in questa fase economica così delicata? Preliminare è un’operazione di assessment professionale e individuale delle competenze. La formazione deve poi essere “centrata sulla persona”. “Oggi le carriere sono segmentate, un intervento formativo spot rischia di esaurire la sua efficacia quando il segmento si esaurisce”. E tutta la filiera istruzione-formazione-lavoro va costruita a partire dalla domanda delle imprese. “È’ necessario orientare il ciclo della formazione verso il reale fabbisogno espresso dal mercato. Questo si può fare solo se esiste un sistema di formazione e di governo”. È un problema quindi di governance, di come organizzare nel modo più efficiente l’offerta di formazione e di servizi per il lavoro. Un obiettivo che la digitalizzazione ha reso ineludibile, e che è necessario perseguire se si vuole sconfiggere il pericolo della disoccupazione tecnologica.
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