Il 30 per cento degli occupati abruzzesi sono sovraistruiti
Il 30 % degli occupati abruzzesi è in possesso di un titolo di studio maggiore rispetto a quello richiesto dal lavoro che svolge. Si tratta di un tasso alto a livello nazionale dove l’Abruzzo occupa la seconda posizione.
Il dato è stato diffuso dall’Ufficio Studi della Cgia di Mestre che evidenzia come, in tutta Italia, sono oltre 5.800.000 gli occupati sovraistruiti e di come la loro incidenza sia in costante aumento. Il report conta che negli ultimi 10 anni, i dati assoluti dei sovraistruiti in Italia sono cresciuti di quasi il 30 per cento. E se si calcola la percentuale solo sugli occupati che possiedono un diploma di scuola media superiore o una laurea, nel corso del 2019 l’incidenza degli sovraistruiti sale al 40 per cento.
La regione, in cui questo fenomeno è più rilevante, è l’Umbria che lo scorso anno registrava il 33% dei sovraistruiti sul totale degli occupati. Segue l’Abruzzo (30,3%), la Basilicata (29,4%), il Molise (27,8%) e il Lazio (27,2%). In coda alla graduatoria c’è il Piemonte (22,2%), la Lombardia (21,7%) e il Trentino Alto Adige (19,3%). Nell’ultimo decennio, la crescita maggiore degli occupati sovraistruiti si è avuta nel Trentino Alto Adige (+57%), quindi in Sardegna (+46%) e in Puglia (+45%).
Tra i laureati che svolgono un lavoro per il quale il titolo di studio più richiesto è inferiore a quello posseduto le professioni più diffuse sono quelle di tecnico informatico, contabile, personale di segreteria, impiegato amministrativo. Tra i diplomati, invece, prevalgono i lavori di barista, cameriere, muratore e camionista.
‘L’incremento degli sovraistruiti è in massima parte dovuto alla mancata corrispondenza tra le competenze specialistiche richieste dalle aziende e quelle possedute dai candidati. Non va nemmeno dimenticato che grazie al ricambio generazionale registrato in questi anni sono usciti dal mercato del lavoro tanti over 60 con livelli di istruzione bassi che sono stati rimpiazzati da giovani diplomati o laureati senza alcuna esperienza professionale alle spalle’ ha commentato Paolo Zabeo, coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia. ‘Tuttavia - ha continuato il coordinatore - la sovraistruzione non va sottovalutata, perché molto spesso attiva meccanismi di demotivazione e di scoramento che condizionano negativamente il livello di produttività del lavoratore interessato e conseguentemente dell’azienda in cui è occupato. Il clima di sconforto che si viene a creare può innescare delle situazioni di malessere che diffondendosi tra i colleghi può addirittura interessare interi settori o reparti produttivi, con ricadute molto negative per la vita dell’azienda’. Per combattere la sovraistruzione, afferma la Cgia, bisogna assolutamente ridurre lo scollamento tra domanda e offerta di lavoro, cercando di far collimare sempre più le esigenze aziendali con le specificità e l’autonomia del mondo della scuola. Sebbene nel nostro Paese il problema della sovraistruzione sia in costante ascesa, paradossalmente continuiamo ad essere tra i meno scolarizzati d’Europa.
‘L’anno scorso la quota di popolazione italiana tra i 25 e i 64 anni in possesso di almeno un titolo di studio secondario superiore era del 62,2 per cento, un dato decisamente inferiore a quello medio dell’Unione a 28, pari al 78,8 per cento e a quello di alcuni tra i nostri principali competitor’, ha spiegato Renato Mason, segretario di Cgia. ‘Segnalo, infatti, che la Francia registrava l’80,4, il Regno Unito l’81,1 e la Germania l’86,6 per cento. Non meno ampio è il divario per quanto riguarda la percentuale di coloro che hanno conseguito un titolo di studio terziario sempre nella fascia di età tra i 25 e i 64 anni. Se nel 2019 in Italia la soglia era del 19,6 per cento, la media europea si è attestata al 33,2. Si segnala come la quota di laureati italiani tra i 25-34enni nelle discipline STEM1 sia simile alla media dei 22 paesi dell’Unione europea membri dell’OCSE'. ‘Tuttavia – ha sottolineato - si denota un forte divario di genere. Se per la componente maschile lo scarto è di 6 punti con la media UE, l’incidenza delle laureate italiane nelle discipline tecniche è invece superiore al dato medio europeo’.
Secondo la Cgia il ruolo delle Pmi permetterebbe di arginare la diffusione del fenomeno. ‘Sebbene non ci siano dati che consentono di misurare con puntualità il livello di sovraistruzione per dimensioni di impresa, l’esperienza quotidiana ci insegna che il ruolo delle maestranze presenti nelle piccole imprese è centrale rispetto a coloro che lavorano nelle aziende di maggiori dimensioni. Nelle Pmi, infatti, oltre a disporre delle conoscenze formali apprese durante l’esperienza scolastica, prevalentemente di natura tecnico/professionale, i dipendenti, grazie alle mansioni ‘allargate’ che praticano in queste piccole realtà produttive, dispongono di conoscenze operative ed esperenziali più estese e complesse di coloro che, invece, esercitano la propria attività lavorativa in maniera definita e in ambiti molto ristretti. Così come spesso succede per chi è impiegato in una impresa di grandi dimensioni’.